IL CINEMA VERO E PROPRIO

Cos’è il cinema ? Cosa è diventato oggi, è ancora lo stesso media di venti, cinquanta, cento anni fa ? Si sta contaminando ? E con cosa ? Con il casalingo ruscelletto informatico o con il mare aperto ed infinito della Rete ? Il cinema sta diventando sintetico, plastica, forma-movimento senza più nessun Senso, oppure è ancora raggio di luce, scultura su celluloide, rapsodia chimica su fotogrammi, parodia comica dell’umanità e della singolarità ? Prima cinema come teatro, poi cinema come televisione, oggi cinema come computer, quando cinema come cinema ? Per sperare di vaticinare gli schermi di domani, sarà giusto entrare, penetrare il Passato, sverginarlo della sua spocchiosa sacralità e carpire la vera entità, la minima o massima consistenza-evanescenza dei sogni dei nostri avi cinematografici…il discorso si sta fascendo poco chiaro, emotivo, suggestivo ma vago e vacuo. Mi sono perduto tra le pagine di antiche riviste, di vecchi giornali, di quotidianità remote che mi si sono riproposte col fascino struggente di una vita oramai velata di morte. Ad esempio: Orson Welles, personalità dalla passione per le scelte ardite, rischiose, impreviste, tangenti sul piano banale della Realtà. Welles il maudit è un mito dell’immaginario del cinefilo, un mostro sacro e profano, ma cosa faceva Orson nel 1950 ? Non parlo di quale capolavoro stava girando, quale pietra militare stava posando nell’offensiva del Cinema sul resto del Mondo; ma, quale era la sua vita privata, la sua realtà, la sua dolce vita, le sue scelte erotiche, il suo divismo o le sue stupiderie.

Dal settimanale gossip “Otto” del 19 Gennaio 1950:
“ORSON GIUOCA CON ANNABELLA E CON L’AUTO-ATOMICA
PARIGI
Orson Welles ha deciso di sbalordire Parigi, seguendo le orme dello scrittore e giornalista italiano Curzio Malaparte. Ed ogni sera lo si può incontrare in qualche locale notturno, intento a sfoggiare la sua vecchia barba e le sue nuove stranezze. La più recente è quella della ‘automobile atomica’: si tratta di un magnifico giocattolo giunto ad Orson dall’America: una microscopica vettura a carica, la quale corre accendendo e spegnendo i fari, ha una radio a bordo, apre e chiude automaticamente gli sportelli, fermandosi o mettendosi in moto. Orson, che trascorre la maggior parte delle sue notti nei cabarets più eleganti della capitale assieme ad Annabella, non l’ex moglie di Tyrone Power ma una ‘mannequine’ molto nota a Parigi, verso le due dopo la mezzanotte invade con la sua mole e la sua dama la ‘pista’ del ‘cabaret’, si mette a sedere per terra, trae dalla tasca l’auto-atomica ed incomincia a giocare, impedendo ai frequentatori del locale di ballare. Ad onta di tutto ciò, nessuno dice bene del suo prossimo film; nè dei suoi films passati.”

Di contro alla soave imbecillità mondana di Welles, che pare uscita dalle prese in giro di Totò alla eccentricità mondana di quegli anni – pensiamo a L’imperatore di Capri o Totò a colori – , ecco un’altro documento storico del 1918, emozionante, predicente, coraggioso. Il cinema non è sempre stato cinema, se in qualche momento è riuscito ad essere, a diventare se stesso, è anche grazie al sacrificio di pionieri che combatterono ad intelligenza ed arte tratta l’ottusità, il borghesisimo, la pigirizia intellettuale del Vecchio Mondo. Anciente Regime che considerava la settima arte ancora solo commercio, piccolo svago masturbativo, giuochetto per bimbi; come oggi c’è un Anciente Regime che ancora non ha capito gli immensi universi anche culturali ed artistici che si stanno aprendo con Internet. Come non ha capito anche l’essenza demoniaca di questo mezzo, che ci sta inoculando il veleno della virtualità nelle nostre vite già così poco reali. Chi non solo utilizzerà, ma anche comprenderà Internet, potrà renderlo il Nuovo Regno di Dio, oppure affondarlo come una Atlantide contro Natura, affondarlo se già non è troppo tardi.Una riflessione-critica sul cinema tratto da “L’illustrazione italiana” del 1 Settembre 1918:
“La prima volta, e non sono poi moltissimi anni, che potei vedere sullo schermo bianco un’immagine animata, non fu solo un’impressione di meraviglia e di ammirazione quella che provai, ma anche di aspettazione piena di speranze per le possibilità di espressione, fin’allora inaccessibili, che il novissimo ritrovato veniva a mettere a disposizione dell’arte.
So bene che sono ancor molti a pensare che l’arte non abbia nulla a spartire con il cinematografo, ma, a parer mio, hanno torto, e pensan così o perchè mancano essi stessi di intuizione artistica, o perchè essendo capitati la prima volta a vedere una proiezione melensa – e Dio sa quante cen’è – ne arguiscono, con una generalizzazione molto arbitraria, che melense debbano essere tutte quante le proiezioni. Ma se si pensa che ci furono degli artisti, e artisti sommi, che spesero, senza mai riuscirvi, tutta quanta la loro vita nello sforzo, spesso stupendo ma insieme pietoso, di ottenere sulla tela dei loro quadri o nel marmo delle loro statue la espressione del movimento, si dovrà pure ammettere che questo possa essere un alto fine artistico da raggiungere.A volerlo negare sarebbe come negare che la vita possa essere materia d’arte; e che cos’è il movimento se non la manifestazione più evidente della vita stessa ?
Perciò mi parve che il cinematografo aggiungesse un nuovo continente al mondo dell’arte e ne salutai la comparsa con la stessa gioia con cui immagino che a suo tempo sia stata salutata la scoperta dell’America.
Ma il nuovo ritrovato, a volerlo considerare dal punto di vista dell’arte, aveva due grandi difetti: era in gran parte di natura meccanica, e quindi a disposizione di tutti i guastamestiere, inoltre, si prestava ad un facile e lucroso sfruttamento commerciale e doveva quindi fatalmente diventare un mezzo di volgare speculazione.
E noi sappiamo troppo bene come e quanto lo sia diventato! Abbiamo visto passare sullo schermo le più scipite e rancide storie d’amore, i drammi più incongruenti, le complicazioni poliziesche più strampalate, da screditare l’appendice di un giornale di provincia; non c’è più grossolano lenocinio che non sia stato adoperato a richiamo e ad avvilimento del buon pubblico.
E perciò con un senso di piacevole sorpresa, sto per dire di gratitudine, che accogliamo quelle cinematografie nelle quali il buon gusto e l’estetica sono rimesse in ordine.
Valenti artisti si studiano di condurre la cinematografia in quello che è il suo campo d’azione naturale, cioè ad essere uno spettacolo essenzialemente ottico, di figure, di atteggiamenti, di movenze belle ed espressive, di paesaggi, di sfondi, scelti e tagliati con intelletto d’armonia, di scene naturali e composte con accorgimento d’arte, ad essere insomma prima di tutto e sopra di tutto una visione plastica per il piacere degli occhi.
Le fotografie riprodotte in questa pagina sono tolte da una grandiosa azione ispirata dalla figura tragica ed ancora circondata da tanto mistero della Saffo greca. Ileana Leonidoff ne ha fatta una creatura di passione chiusa e tempestosa, in una linea di classica severità; e intorno a lei si muovono sacerdoti, soldati, atleti, l’immensa folla di Efeso e dei giuochi olimpici; tutta una geniale ricostruziuone, che l’arte fantasiosa e forse un po’ ricercata di Aldo Molinari ha saputo comporre con l’impronta di rara nobiltà per la ‘Verafilm’, la Casa che si è dedicata a questa opera di rigenerazione dell’arte cinematografica”

Una geniale riflessione sul valore del cinema che alla fine si traforma in un abile adulazione verso la Verafilm, come in un sorprendente “mollichismo” da Belle Epoque. Tutto diverso da oggi. Tutto come oggi.

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